“We’re off the streets now, And back on the road. On the riot trail”

Teenage Riot -Sonic Youth-

C’è stato un tempo in cui musica voleva dire vita. Mi chiamo Melina e ho 30 anni. I miei genitori mi hanno dato il nome di Melina Mercouri, che è stata attrice, cantante e ministro della Cultura nella Grecia democratica. E’ un nome importante. Peccato che la maggior parte delle persone che ho incontrato nella mia vita non avesse la minima idea di chi fosse Melina Mercouri. Melina. Piccola mela. Hanno iniziato all’asilo a prendermi per il culo. Durante l’adolescenza, il mio carattere introverso combinato ad una taglia di tette sotto la soglia della misurazione, hanno fatto di me una persona sola, triste e furiosa con il mondo. Guardavo le mie compagne e mi chiedevo che cosa ci fosse in me che non andava. Nello sguardo dei miei genitori preoccupati, nel ghigno dei cugini e nel rimprovero de nonni e degli zii. Io sono nata storta. Ciò che è certo è che non sono come voi. Io sono diversa da tutti. Ho vissuto i primi 16 anni della mia vita con questa deprimente convinzione. Così è stato fino a quando non ho conosciuto Nilde. I suoi genitori, per lei, avevano scelto il nome di una donna antifascista e comunista nell’Italia della Resistenza. Nilde e Melina. Quando ci siamo incontrate ho capito che non sarei più stata sola. Nilde era meravigliosa. Nilde per il mio compleanno mi regalò Daydream Nation dei Sonic Youth e niente fu come prima.

Ho incontrato Melina che era un disastro sotto ogni punto di vista. Credo di non peccare di superbia nel dire di averla salvata da un suicidio certo. Non sarebbe arrivata ai vent’anni. Ne sono sicura. Di lei, ho subito apprezzata quella sete, quella ricerca estenuante di qualcosa. L’inquietudine e il disagio come scelta di vita programmatica. Il mio merito è stato quello di introdurla nel meraviglioso mondo del rock’n’roll. Perché per quanto assurdo possa sembrare, la musica può salvare una vita. Così è stato per lei. Così è stato per me.

Nilde e Melina si vestono uguali. Nilde e Melina stanno sempre insieme. Nilde e Melina camminano per strada, coi loro anfibietti e le loro borse militari piene di scritte. Nilde e Melina cantano all’unisono e vivono in simbiosi. Nilde e Melina si scambiano i cd e si scambiano i vestiti. Non frequentano nessun altro. Nilde e Melina si completano e si bastano. Niente ragazzi, niente amici, solo loro e la musica.

Cara Nilde, a volte penso che se fossi un uomo potrei amarti.

Mia dolce Melina, niente potrà separarci.

 C’è stato un tempo in cui musica voleva dire vita. Quel tempo è destino che finisca. Si arriva ad un punto della propria esistenza in cui le priorità mutano. Relazioni d’amore più o meno insane, incertezze lavorative, i genitori che invecchiano e i nonni che muoiono. Non so come succede, ma capita che la musica diventi solo un sottofondo della ansie e delle preoccupazioni di una vita vissuta con fretta e fastidio. Da quanto tempo Melina non entra in un negozio di dischi? Saranno anni.

 Melina ha 30 anni, ha la macchina piena di borse e scatoloni. Piange. Dietro di sé ha lasciato l’ennesimo fallimento in fatto di relazioni amorose. Una casa in cui ha vissuto negli ultimi 2 anni. Un piccolo appartamento di 50 metri quadri che ha condiviso con un uomo che credeva fosse quello “giusto” e l’estenuante sforzo di essere quella che voleva che lui fosse. Fanculo. Per quanto lei si sforzi, non riesce a trovare quella sintonia che caratterizzava il suo rapporto con Nilde. Ha amato molti uomini ed è stata amata, ma quell’eterna insoddisfazione non l’abbandona mai. Arriva ad un punto che si sente come in gabbia. Cos’è che manca? Da quanto tempo non vede Nilde? Troppo tempo. Il loro rapporto si è esaurito in una serie di telefonate mensili in cui ci si lamenta della propria esistenza. Una sorta di rendiconto ciclico eseguito quasi per dovere. Un tempo si divertivano, cazzo. Un tempo ridevano. Cerca il cellulare nella sua borsa e compone il numero di Nilde.

 Nilde, con la faccia incollata ad uno schermo della tv, svolge svogliata il suo lavoro: stira. Tutta la sua energia è impiegata a non saltare addosso al suo ragazzo che tira su col naso. E’ ossessionata da quel rumore. Perché non ti soffi il naso una buona volta cazzo? Non sopporta niente di lui. Ogni cosa la esaspera. Il modo in cui strascica le ciabatte quando cammina. Il rumore che fa mentre mangia. Il piccolo Samuele le tira il bordo della maglietta. “Mammamammamammamamma” Urla con tutto il fiato che quei piccoli polmoni possono contenere. Samuele è terrorizzato da una sedia in cameretta. “Ha gli occhi, mamma. La sedia mi guarda.” Nilde non ce la fa più, guarda il suo compagno che vaga tipo zombie per casa, grattandosi i coglioni con la mano nelle mutande. Ha bisogno di una pausa da se stessa. Una piccola vacanza dalla sua vita. Ma come fa con Samuele che strilla e il suo uomo che emette rumori fastidiosi? Non ha voglia di litigare. Prende su la borsa ed esce. Il cellulare… dove cazzo è il cellulare. Ha voglia di sentire Melina. Le cose da un po’ di tempo non vanno benissimo, ma la chiama lo stesso o presto esploderà. Il telefono suona. E’ lei.

 Nilde e Melina scelgono come punto di ritrovo quel negozio di dischi in centro dove hanno passato interi pomeriggi in passato.

 “Sto di merda”

“Idem”

“Cosa ci è successo? Perché siamo infelici?”

“Uomini, lavoro, figli, genitori, soldi… il solito, no?”

 Melina si accende una sigaretta. Ride… “guarda…”

 Un poster attaccato alla vetrina le informa che i Sonic Youth suonano la sera stessa.

“Cazzo, io devo tornare a casa c’è da mettere Samuele a letto”

“Merda, il biglietto costa troppo. Non posso spendere tutti quei soldi, devo fare mille cose e i miei ancora non lo sanno che ho rotto con lui. Questa volta avevo giurato che era la volta buona…”

 Nilde e Melina si guardano.

 “Fanculo. Andiamoci”

 Nilde e Melina sono in macchina.

Nilde ha su la maglietta con cui ha dormito, è struccata… E’ uscita così di corsa che non si è neanche preoccupata di guardarsi allo specchio.

Melina ha pianto così tanto che il trucco le arriva alle guance. “Sembro una dark.” e ride.

Non vanno insieme ad un concerto da anni. Mangiano un panino al Mac Donald’s e comprano un cartone di vino spuzzo in un minimarket. Nilde e Melina si ubriacano di Tavernello fuori dal concerto. Quando Kim Gordon sale sul palco rimangono con la bocca aperta e spingono per conquistare le prime file. Fa caldo. Un caldo boia. Sudano e ballano. “Lo sai che ha cinquant’anni o giù di lì?” Kim Gordon danza roteando le braccia. Quelle braccia magre e nervose. Braccia che hanno tenuto in braccio figli. Braccia che da più di vent’anni suonano un basso. “Secondo me lei è felice, cioè… io credo che si possa anche essere madre e adulti ed essere felici. Cioè… dove sta scritto che le responsabilità e le preoccupazioni devono renderci sterili e passive?”

 Nilde sbiascica, stanca e sbronza. “Quello che voglio dire è che forse non si dovrebbe mai abbandonare il rock’n’roll. Cioè… bisogna vivere da rockstar.”

 Melina, guarda Nilde, la trascina da un gomito. “Sai cosa facciamo? Ora ci compriamo una maglietta del concerto come due adolescenti del cazzo”.

 “Rock’n’Roooolll”

Valeria Brignani

VivaMag – Aprile#2010

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