Nel 2009 ho interrotto con della prosa l’interessante Carovana Dei Versi edita da Abrigliasciolta…

Interrompo il far poesia per parlare di poesia. Parlo di poesia e rivendico il mio diritto di farlo come piace a me. Interrompo e rivendico di poter parlare di poesia, di questa poesia, come se fosse qualcosa di diverso. Pornografia o musica, per esempio.
Ciò che voglio dimostrare con queste parole è una breve e fondamentale verità: la poesia è hardcore.

Hardcore. Una parola sola per tre significati.
Uno.
La prima volta che è stata usata serviva per distinguere il soft dall’ hard nella pornografia. Tolto il divieto di mostrare atti sessuali espliciti nel cinema, i registi e i produttori del mondo del porno, hanno pensato bene di togliere tutto ciò che era superfluo per sbattere su pellicola la naturalità e la schiettezza della penetrazione. E per quanto assurdo possa sembrare, anche questo dato torna utile ad avvalorare la mia rivendicazione. La poesia è hardcore anche in questo senso.

Tre. (Come degenarazione del Due)
Prendere un qualsiasi genere musicale e ignorare la tecnica o la benché minima capacità espressiva o desiderio di armonia. La matematica, perché in fondo la musica è fatta di matematica, si riduce ad un numero periodico che si ripete all’infinito. Sempre uguale, senza produrre operazioni di calcolo, moto o azione. Tum-Tum-Tum-Tum-Tum [Tum]. Vi prego d’ignorare questo insignificante significato.

Due.
E’ questo il senso che c’interessa. Hardcore è quel punk suonato negli Stati Uniti da degli adolescenti, in quel periodo storico che va dal 1980 al 1985. Circa. E a mio avviso rappresenta l’apice e la conclusione delle musica. Dal punk hardcore in poi si può parlare solo di produzione. Prima degli anni Ottanta: di sperimentazione. Una lunga e meravigliosa fase di esperimenti e tentativi per arrivare alla verità illuminante e universale, che la perfezione di ottiene togliendo e non aggiungendo.

La storia della poesia e la storia della musica sono molto simili. Per molto tempo hanno viaggiato insieme. Sono state la stessa cosa. Poi la musica ha incontrato l’industria e la poesia è stata torturata denigrata crocifissa dal sistema educativo mnemonico. La scuola ha prodotto intere generazioni di lettori persi terrorizzati e disgustati dalla metrica. L’industria discografica ha prodotto intere generazioni di consumatori musicali. Ma non bisogna piangere. Il momento in cui la musica ha perso di vista la poesia, la poesia ne ha guadagnato. In questo divorzio la parte lesa è sicuramente la musica. La poesia invece si è ripresa. Si è reinventata. Come? Togliendo. Dopo un momento di sconforto (che farei coincidere con le produzioni di fine Ottocento e primissimo Novecento) in cui i poeti continuavano a poetare costretti nella metrica e fedeli alla tradizione. La cosa aveva senso ai tempi del connubio tra musica e poesia, ma ora, ne converrete che a meno che uno non lo faccia per vezzo, poetare in metrica risulta triste come quegli uomini a cui viene amputato un arto e continuano a sentirlo. C’è stato un momento di sconforto, lo riconosco, ma per fortuna è passato. Gioiamo e alziamo le braccia al cielo è arrivato il VERSO LIBERO!!!!

Ma torniamo al punk. Quegli adolescenti inconsapevolmente illuminati, negli anni Ottanta, negli Stati Uniti, hanno fatto ciò che era giusto fare. Hanno portato la musica alla fine del suo percorso evolutivo. Hanno rinunciato alle regole e alla struttura fissa che ci si aspetta da una canzone (strofa-ritornello-strofa). Hanno eliminato i virtuosismi tecnici e un po’ autocelebrativi (niente assoli, nessuna scala canora). E’ rimasta la musica, con la sua irruenza e la sua brutalità.

E qui, ci si ricollega alla pornografia e alle scene esplicite dell’hardcore.

Ora concludo questa mia rivendicazione aberrante e chiedo scusa di aver paragonato la poesia alla pornografia. Di sostenere che i Black Flag rappresentino l’evoluzione naturale di Wagner. Chiedo scusa di essere uscita fuori tema, ma vi ho avvisato in tempo. Lo sapevate che si sarebbe trattata un’interruzione.
Interrompo e rivendico. Cosa? La sobrietà non è altro che la brutalità che si fa poesia.

Quest’anno torno ad interrompere. Se nel 2009 parlavo di pornografia e punk, questo 2011 mi vede riflettere sui dittatori, formiche, rivoluzioni e l’amore eterno.

Questo è il programma delle performance itineranti.

Per maggiori informazioni, andate qui.

Un pensiero riguardo “Carovana Dei Versi

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