Abbiamo detto di amarci troppo presto. Non che non lo credessimo… La cosa era stata sincera, forse incentivata da una sbronza colossale, ma comunque autentica. Ci conoscevamo da pochi mesi. Eravamo solo colleghi in un negozio di dischi, quando me lo hanno presentato, ho pensato che doveva essere un tipo strano. Forse troppo fuori dalle linee di condotta e buonsenso a cui sono sempre stata abituata. Entrambi con storie finite male alle spalle e nessuna voglia di investire energia e tempo in una relazione. Perché tutti, ma proprio tutti i rapporti umani sono destinati a far del male. Gli amici si trascurano, gli amanti si tradiscono. É così, per quanto idilliaco possa sembrare, ogni legame umano è una forma di lenta e silenziosa tortura. Eppure, si stava dannatamente bene insieme, cinici e disincantati, anti-romantici per eccellenza. Non progettare niente che andasse oltre la settimana, vivere il presente, rifiutare anche la più debole spinta ottimistica di sognare un domani insieme. Oh  sì, una sintonia sessuale favolosa, ma anche la consapevolezza che prima o poi avremmo scopato sempre di meno fino a smettere di avere voglia di farlo. Ci saremmo trovati noiosi, prima o poi.

In mezzo ai dischi e ai vinili una storia d’amore “no future”… Quella parola, “amore”, veniva derisa e disprezzata. Fino a quella sera… Una bottiglia di whisky in due e io piegata in due sul cesso a vomitare. Lui con una mano sulla mia fronte, che mi puliva la bocca con una salvietta umida, premuroso e preoccupato, chiese dell’acqua calda e limone alla barista.

«É inutile che ci raccontiamo stronzate» dissi sbiascicando.

«Per quanto masochistico possa risultare, non siamo fatti per vivere da soli. Senza un compagno, sarei destinata a morire soffocata nel mio vomito nel sonno, da sola. Da sola! Con i miei gatti che mi mangiano la faccia» piagnucolai e vomitai ancora un po’, accasciandomi sul pavimento pieno di piscia. Fu in quel momento che lo disse.

«Io ti amo, ti amo dal primo momento che ti ho vista».

Da quella sera abbiamo passato mesi e mesi ad amarci senza freni. Giornate vissute in totale simbiosi a riempirci di baci la faccia, le mani e le braccia. Baci rubati quando il negozio era deserto. Sfiorarsi di nascosto dietro la cassa e quel vuoto, quell’incapacità di esprimere ciò che ci univa. Il “ti amo” non bastava più. Lo avevamo detto ad altre persone, credendoci, ed era finita di merda. Tra noi era diverso. Noi sapevamo che saremmo invecchiati insieme. Il “ti amo” era diventato “ti amo da morire”, ma neanche quello era sufficiente. Volevamo un’espressione, un’immagine che rappresentasse a pieno ciò che ci legava. Qualcosa che nessuno aveva mai detto ad un’altra persona. Qualcosa, che il più nobile dei poeti, non sarebbe stato in grado di esprimere.

Un giorno in negozio, il corriere ci portò gli ordini della settimana. Spacchettando scatoloni, lui emise un urletto di eccitazione e frenetico si precipitò verso il lettore dvd emozionato come un bambino, disse:

«Questo non te lo puoi perdere. Sai chi è G.G. Allin?»

Non lo sapevo e ciò che vidi dopo mi lasciò senza fiato. Un uomo calvo, nudo, pieno di sangue che canta e caga sul palco. Poi prende la sua merda e se ne spiaccica una parte addosso, il resto la butta sul pubblico. Un uomo col cazzo più piccolo che avessi mai visto in vita mia. Un uomo, sporco di merda e sangue, che va da una donna giù dal palco e le prende la testa e cerca di forzarla a succhiargli il micro-cazzo, ma non ce la fa, perché arriva un ragazzo e comincia a picchiarlo.  Il resto del pubblico scappa e lui li insegue, per poi finire in mezzo ad una strada qualsiasi di New York. La telecamera registra la reazione della gente per strada. Il disgusto. Non avevo mai visto niente di simile.

«Oh mio dio..» dissi, «Non è per niente igienico!».

«É G.G. Allin, piccola. Occhio a come parli di lui. Questo è stato il suo ultimo live. Dopo poco tempo è morto… »

«Ho capito… ma dai, fa schifo. Sarà pieno di malattie.»

«Su questo ci puoi scommettere. Dal suo sangue credo che si sarebbero potuti estrarre i ceppi delle più gravi malattie dell’ultimo secolo.»

«Amore…»

«Dimmi, cara?»

«Ma se andassimo insieme ad un concerto di G.G. Allin…»

«Impossibile. Ti ho detto che è morto.»

«Sì, ok… è un discorso ipotetico. Ma se G.G. Allin fosse ancora vivo, e decidessimo di andare ad un suo concerto e lui dovesse farmi ciò che ha fatto a quella ragazza…»

Lui mi guardò e senza farmi finire la frase, disse:

«Ho capito ed è sì: ti amo così tanto che toccherei G.G. Allin, il suo sangue malato e la sua merda infetta per salvarti amore mio.»

«E io verrei con te al concerto e accetterei il rischio di farmi lanciare la sua merda addosso, se tu lo desiderassi Amore.»

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