Le due locandine del film

C’è chi grida allo scandalo, proprio come quelle madri che coprono gli occhi alle figlie durante l’esibizione delle Mignonnes, perché nessuno vuole vedere delle undicenni così sfacciate, maliziose, allusive o seduttive. Eppure a queste bambine cresciute nei quartieri popolari di Parigi gli si chiede di essere già donne quando devono occuparsi della casa, del bucato o dei fratelli più piccoli. Perché le madri lavorano o stanno allattando il terzo o quarto figlio di quegli uomini di casa che pretendono. Pretendono vestiti puliti, pranzi serviti e pretendono che la madre di Amy accolga (nella stanza migliore) la nuova giovane moglie dell’uomo di casa che sta tornando dal Senegal. Pretendono di scegliere come la moglie e le figlie si debbano vestire in occasione di quel secondo matrimonio imposto, con quell’altra donna mai vista prima, ma che diventerà parte della famiglia. La favorita nella stanza più grande e luminosa. La stanza di una principessa in cui non è possibile accedere dall’esterno. E a queste bambine, che non hanno tempo di giocare, viene anche insegnato che il peccato risiede nel proprio corpo.

E a queste bambine, che non hanno tempo di giocare, viene anche insegnato che il peccato risiede nel proprio corpo.

Quel corpo che inizia a sanguinare e definisce biologicamente e socialmente il loro essere donne in grado di fare figli e quindi pronte per essere date in moglie, avvolte in un candido vestito che cela il loro volto. Ma non è solo questo essere donna. Non è solo sanguinare ed essere fertile. Se c’è un’alternativa a questo dogma culturale, affettivo e biologico di essere donna (peccatrice, sottomessa e con una data di scadenza) bisogna allora assolutamente scoprirne i trucchi, i segreti e i passi giusti da fare per uscire da questo schema che condanna. E dove cercare? Come imparare ad essere una donna cercando dei modelli fuori dalle mura domestiche? Forse su quel cellulare rubato al cugino emissario del padre?

Maïmouna Doucouré, regista di Mignonnes (film francese del 2020 disponibile su Netflix), non ha bisogno di mostrarci come la piccola Amy abbia imparato a ballare twerkando, simulando seghe o succhiandosi allusivamente le dita, perché non ce n’è bisogno. Sappiamo tutti molto bene come veniamo raccontate e rappresentate e come noi stesse sappiamo raccontarci e venderci secondo la legge del mercato, dello spettacolo e del potere.

In Italia Mignonnes è stato ribattezzato “Donne ai primi passi” per quello schifo di vizio che abbiamo di dover tradurre, stravolgere e fare giochi di parole scemi su tutto, nel tentativo di rendere simpatico o comico ciò che comico non è. Perché Mignonnes non è una commedia. Ma proprio per niente. Seppure Amy e le altre risultino ridicole, grottesche o addirittura tenere nei loro tentativi di emulazione e interpretazione dell’essere adulte, così come è ridicolo, goffo e pericoloso cercare di stirarsi i capelli con il ferro da stiro.

Mignonnes è un film pericoloso o malizioso? Non credo. È un bel film come non mi capitava di vederne da molto.

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