GIORNO UNO

Ti ho visto arrivare alle prime luci dell’alba. Hai indossato un lungo cappotto su quei pantaloni ridicoli del pigiama. Ti sei vestito di corsa. Non hai avuto il tempo di lavarti il viso e con gli occhi ancora cisposi hai guidato fino a qui. Hai chiamato tua madre. Lo fate quasi tutti. Tornate bambini incapaci di affrontare la realtà ma adesso che sei qui la tua mamma è più un impiccio che altro, sebbene tu faccia fatica ad ammetterlo.  

Non ti servono le sue mani sulle spalle, le sue parole di conforto poco sincere che non riescono a nascondere il biasimare e recriminare i tuoi errori o il tuo troppo sentire. Perché se sei qui, si sa, è perché ami troppo o forse sei troppo distratto. E l’una e l’altra cosa (o addirittura entrambe) alimentano e giustificano quel sacrosanto sguardo severo, che solo tua madre sa destinarti.

Ti sei pentito di averla chiamata, vero? Vorresti farla scomparire ora, e non dover rispondere alle sue domande, ma adesso è troppo tardi. Ti sei spaventato e l’hai chiamata e lei è venuta subito da te, all’alba, perché è così che fanno di solito le madri. Corrono in tuo aiuto, facendoti notare però il costo che ciò comporta. Te lo dirà come una cosa da nulla, ma farà in modo che quell’informazione colpisca forte e nel punto giusto. Che ha dovuto lasciare solo, per esempio, quell’uomo che un tempo chiamavi “padre” ma che da anni non ricorda più il tuo nome o quanti anni hai. Quell’uomo, suo marito nonostante la malattia, a cui si dovrebbe risparmiare l’inevitabile agitazione che seguirà al suo risveglio in un letto vuoto. Reggerà il suo cuore per il tempo necessario di mettere a fuoco quel biglietto, scritto a caratteri molto grossi, che tua madre ha lasciato attaccato sullo specchio del bagno, per avvisarlo della sua assenza? Lo ha lasciato solo a causa tua, della tua disattenzione e del tuo troppo sentire. Un momento di debolezza, ma fa niente. Possiamo risolvere anche questo problema. Lo faremo insieme, perché da adesso ci siamo io e te e nessun altro.  Lo sai. E, intanto che corri verso di me, cominci ad accettarlo e crei una distanza fisica accelerando il passo. Perché quella che ti cingeva le spalle con un braccio, non è più quella donna che era il tuo tutto, ma è una vecchia che non sa più esserti utile.

Lasciala dietro di te, cammina più in fretta e parlami ora con parole che sono razzi colorati che si stagliano, fumando, tra il bianco opprimente del cielo e l’urgente candore che accieca della neve in montagna. In quest’alba in cui tutto attorno sarebbe gelo e deserto, anche se fosse la notte di San Lorenzo. Allunga la distanza tra un piede e l’altro perché forse è meglio non farti sentire da lei, tua madre, intanto che fai la tua confessione. Ogni parola che dirai potrà essere usata contro di te, è così che si dice, vero? Perché è così che fanno, le madri e gli sbirri.

 Avvolto in un vecchio asciugamano da spiaggia che risale alla tua infanzia, porti il corpo di un gatto. O forse è un piccolo cane, ancora non riesco a capire ma so, dall’espressione dei tuoi occhi, che se è lì tra le tue braccia è perché pensi di poterlo salvare ed io sono qui per questo. Ora parlami. Confessa la tua colpa e cerca l’assoluzione da questa donna, fino ad ora sconosciuta, che ti accoglie con un sorriso privo di condanna e occhi buoni di chi può perdonare e che, ancora non lo sai, sarà la donna più importante della tua vita nei prossimi sette giorni. Perché sette? Perché questa è la regola. Oltre non reggete. 

È stato un attimo di distrazione. Ho lasciato la finestra aperta e lei – inclini leggermente l’involto per mostrarmi il musetto di una gatta bianca, nera e rossa di sangue –  deve aver cercato di catturare una lucertola, forse, o un uccellino – no, lei non ne ha di colpe anche se una parte di te è in collera per la pena che ti sta causando – ed è caduta dal terzo piano. Di solito c’è la rete, ma avevo steso il bucato e… Shhhh, non permettere al panico di strozzarti le parole in bocca perché quello che dirai adesso, potrebbe dannare la tua anima o salvare la vita di quella creatura che stringi tra le braccia. Quello che racconterai adesso diventerà la verità con cui dovrai fare i conti, forse, per il resto della tua vita.

 «Trascina una zampa e sanguina da un orecchio, potete salvarla? L’ho portata immediatamente qui, appena me ne sono accorto. Mi sono distratto un attimo…»

Non è vero. Non è stato un attimo, ma accetto che tu mi voglia, e ti voglia, raccontare questa bugia. Fa parte delle regole del gioco, lo fate per poter sopravvivere. Una legge fondamentale per non rompervi in mille pezzi a causa di quel peso che grava sul cuore, lo sterno e lo stomaco di chi, come te, avendo la responsabilità di una creatura-altra viene a meno di quel patto, attentando alla sua vita. Un tradimento a tutti gli effetti. Non dovevi far altro, in fondo, che prenderti cura di lei. Ma hai fallito ed adesso sei qui davanti a me con una gatta in fin di vita tra le braccia, i pantaloni del pigiama con dei disegnini scemi e un cappotto nero che non basta a non farti sentire freddo.  

«Ho bisogno del tuo nome, del tuo numero di telefono, del codice fiscale e del nome della tua gattina»
«Io sono Carlo»
«Piacere Carlo, non ti preoccupare, hai fatto bene a portare qui…»
«Circe, lei è Circe e…» a pronunciare il suo nome, quella gatta in fin di vita che stringi al petto, emette un debole miagolio e questo, per te, è decisamente troppo. Piangi. Ed insieme alle lacrime butti fuori tutta l’adrenalina che ti ha fatto guidare fino a qui, da me, senza la consapevolezza di schiacciare la frizione per cambiare la marcia, di premere sull’acceleratore durante i rettilinei, di manovrare lo sterzo per assecondare le curve e frenare agli stop o davanti alle strisce pedonali che, per fortuna, a quest’ora sono deserte. 

Schiaccio un pulsante sulla mia scrivania per chiamare chi sbrigherà le ultime scocciature burocratiche, ma sarò io a farti firmare questo foglio che tu non leggerai in cui, dopotutto, mi autorizzi a salvare la vita della tua Circe. Davvero non hai il tempo e la testa, ora, per leggere ogni piccolo carattere stampato su questo foglio e, d’altronde, sappiamo entrambi che non hai altre alternative od opzioni, se vuoi che Circe torni a sedurti con la sua morbida pelliccia, dormendo sul tuo petto intanto che guardi la televisione sdraiato sul divano, lo stesso petto che Circe infilza con quei piccoli uncini on demand, in cerca di cibo ogni mattina. Quel petto che ora non avverte più il calore del suo corpicino, in questo momento di distacco, in cui io sfilo Circe dalle tue braccia e l’accolgo tra le mie, per portarla in ambulatorio e tu non riesci a guardare e resti a contemplare quel freddo, umido vuoto che è la sua assenza. Gli occhi persi. Ti stai chiedendo se questo è un addio.

FINE PRIMA PARTE, CONTINUA…

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